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ESPOSIMETRI D'ORO

XVI EDIZIONE

Fotografia Italiana

Adolfo Bartoli e Maurizio Calvesi per "Il mercante di stoffe" di Antonio Baiocco

Per la ricerca sulle sfumature più calde e morbide della luce naturale nel film “Il mercante di stoffe”, che fanno rivivere in un piccolo film indipendente la dimensione del cinema classico.

Due giovani italiani, Marco e Luisa, arrivano nel sud del Marocco per trovare in un vecchio villaggio abbandonato un medaglione che appartenne ad una giovane araba negli anni trenta. Attraverso di loro si rivive la storia di un italiano, Alessandro, mercante di stoffe, che arriva in Marocco e durante uno dei suoi viaggi incontra Najiba, una giovane donna araba di cui s'innamora follemente. L'attrazione verso la giovane è travolgente, quanto lo è la sua bellezza, e tra i due nasce un amore clandestino e tormentato, ma che grazie ad un'antica leggenda riesce ad unirli per l'eternità.

Fotografia Straniera

Timo Salminen per "Le Havre" di Aki Kaurismaki

Per aver saputo trasferire in un colore moderno e antiretorico la grazia del bianco e nero del realismo poetico francese degli anni Trenta.

Marcel Marx, un ex scrittore rinomato e bohemien, volontariamente si trasferisce in esilio nella città portuale di Le Havre, dove la sua professione onorevole, ma non redditizia, di lustrascarpe, gli dona la sensazione di essere più vicino alla gente. Mantiene viva la sua ambizione letteraria e conduce una vita soddisfacente nel triangolo formato dal pub dell'angolo, il suo lavoro e sua moglie Arletty, quando il destino mette improvvisamente nella sua vita un bambino immigrato proveniente dall'Africa nera.

Premio alla Carriera

Luciano Tovoli

La figlia del Maestro Tovoli ritira l'Esposimetro d'Oro
La figlia del Maestro Tovoli ritira l'Esposimetro d'Oro

Per l’eclettico talento dimostrato lungo l’arco di una lunghissima carriera che lo ha condotto a cimentarsi con i più grandi cineasti della sua generazione, alle più diverse latitudini e nelle più diverse culture cinematografiche.

Nato a Massa Marittima (Grosseto) il 30 ottobre 1936, Luciano Tovoli è un cineasta d’ispirazione realista, fermo sostenitore dell’autenticità della luce sul set. Impegnato al fianco di grandi autori del cinema italiano negli anni ’70, da Valerio Zurlini a Marco Ferreri, da Liliana Cavani a Michelangelo Antonioni, in seguito si è fatto apprezzare sia in Europa che negli States. Narratore per immagini, uomo di cinema a tutto tondo, sperimentatore del Hdtv, autore di varie sceneggiature custodite nel cassetto per anni, astuto comunicatore, ha svolto un ruolo importante nella valorizzazione del ruolo dell’autore della fotografia cinematografica in Italia e all’estero. Assiduo lettore delle cronache neorealiste di Cesare Zavattini, fu il desiderio di incontrare il famoso sceneggiatore che lo portò a Roma. Dopo aver collaborato con Vittorio De Seta, Giuseppe Rotunno e Dario Di Palma, compì scelte molto personali nel suo primo lavoro Come l’amore (1968) di Enzo Muzi, e fotografò pellicole prestigiose che si allontanavano dal tradizionale uso della luce direzionale. Un approccio che diede subito una connotazione personale ai film di Tovoli. I primi successi arrivarono con L’amante giovane (1972) di Maurice Pialat ma soprattutto con le immagini antiretoriche e moderne di Professione: reporter (1976) di Michelangelo Antonioni che gli valsero anche due film con Marco Ferreri, L’ultima donna (1976) e Ciao Maschio (1978), interpretati da Gerard Depardieu. In tutt’altra direzione andava il suo lavoro per Dario Argento con Suspiria (1977), Inferno (1980) e Tenebre (1983). Rimasto in bilico tra la regia e la direzione della fotografia, con la fotografia di Bianca (1984) di Nanni Moretti, Tovoli cercò nuove occasioni all’estero. Dopo Andrej Tarkovskij, Peter Fleischmann e Luis Bunuel, conquistò l’attenzione dei produttori americani al fianco di Barbet Schroeder in Il mistero Von Bulow (1991), che valse l’Oscar a Jeremy Irons. Tovoli subentrò così all’amico Nestor Almendros in tutti gli ultimi film di Schroeder come Inserzione pericolosa (1992), Il bacio della morte (1995). Ma il più celebre film fotografato all’estero rimane la commedia francese La cena dei cretini (1998) di Francis Veber. In Italia, invece, crea un felice sodalizio con Ettore Scola nei film che celebrano la vena malinconica di Massimo Trosi, come Splendor (1988), Che ora è (1989), Il viaggio di Capitan Fracassa (1991). Vanta due Nastri d’Argento per Professione: reporter e Splendor, nonché un David di Donatello per Il viaggio di Capitan Fracassa. Il suo lungo percorso artistico è stato celebrato con premi alla carriera ai festival di Montecatini (2004) e Foggia (2007) e con il titolo di Honor member della Imago, la federazione europea degli autori della fotografia cinematografica, di cui fu uno dei principali artefici.

Premio alla Memoria

Renato Del Frate

Per aver lasciato la propria impronta nelle più significative spedizioni della Cinecittà fascista nell’oltremare coloniale italiano, contribuendo all’epica di una stagione importante del nostro cinema.

Un'immagine di Luciano Serra Pilota
Un'immagine di Luciano Serra Pilota

Nato a Roma nel 1910 e ivi morto nel 1962, cineasta di gusto e formazione realista, Renato Del Frate è stato spesso coinvolto in missioni documentaristiche africane nell’oltremare coloniale italiano, convertito poi all’illuminazione di studio nella Cinecittà fascista e post-fascista. Dopo l’apprendistato come operatore di documentari e cinegiornali, lavorò come operatore di macchina per Ubaldo Arata in Luciano Serra pilota (1938) di Goffredo Alessandrini e girò gli esterni di un film dello stesso regista, Abuna Messias (1939). Nei primi anni ’40 fu uno dei più valenti giovani per rispondere all’improvviso incremento della produzione cinematografica nazionale, dopo la chiusura delle frontiere alle pellicole hollywoodiane. In questo periodo lavorò in piccole commedie come L’imprevisto (1940) di Giorgio Simonelli e Il sogno di tutti (1941) di Oreste Biancoli. Diede il meglio di sé in La bisbetica domata (1942) di Ferdinando Maria Poggioli, commedia anticonformista e brillante. Nel dopoguerra, a Del Frate non risultò tanto disagevole adeguarsi al neorealismo imperante quanto fu più danneggiato dalla sua etichetta di operatore quasi ufficiale del colonialismo italiano e dalla vicinanza a registi fascisti come Romolo Marcellini. Sull’onda del neorealismo firmò, comunque, pellicole come L’eroe della strada (1948) di Erminio Macario, ma non abbandonò mai del tutto il documentarismo, vedi L’amorosa menzogna (1949) di Michelangelo Antonioni. Negli ultimi anni si specializzò nella cinematografia di film d’avventura a basso costo, ritrovando Marcellini in Il tesoro di Rommel (1955).

XV EDIZIONE

Fotografia Italiana

Giovan Battista Marras per "Puccini e la fanciulla" di Paolo Benvenuti

Clicca sulla foto per vedere il video della premiazione
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Per aver ricreato nel film “Puccini e la fanciulla” di Paolo Benvenuti la luce e l’atmosfera di un’epoca lontana, toccata dall’incanto della musica.

Nel 1908 Giacomo Puccini sta componendo una nuova opera, tratta dal dramma di David Belasco "The Girl of the Golden West", nella sua villa di Torre del Lago. Proprio dinanzi all’abitazione del musicista emerge dall’acqua, sospeso su palafitte, lo “Chalet da Emilio”: un rustico ritrovo di legno e falasco, frequentato da pescatori e cacciatori di frodo. Dietro il banco, a dispensare vino e sorrisi, c’è Giulia, la bella figliola di Emilio Manfredi…

Fotografia Straniera - ex-aequo

Caroline Champetier per "Uomini di Dio" di Xavier Beauvois

Per la capacità di trasmettere il senso della spiritualità attraverso il rigore della costruzione dell’immagine nel film “Des Hommes et des Dieux” diretto da Xavier Beauvois, arricchito pure da una visione non comune della luce nordafricana.

Un monastero sperduto sull'altopiano di Tibhirine, in Algeria. Sette trappisti francesi conducono da tempo un'esistenza in completa armonia con la collettività musulmana che vive nel villaggio adiacente. Partecipano ai loro riti, offrono sostegno medico, distribuiscono all'occorrenza medicinali e vestiti dismessi, soprattutto a donne e bambini. Ma la situazione politica del paese - dilaniato dal conflitto tra le forze governative e i gruppi estremisti di matrice fondamentalista - costringerà i monaci a riflettere sulla loro posizione: restare, e rischiare la vita, in nome di una missione da portare a termine, o fuggire in cerca di un luogo più sicuro?

Stephane Fontaine per "Il profeta" di Jacques Audiard

Per aver saputo inserire una chiave intimista nella livida rappresentazione dell’universo carcerario nel film “Un prophète” diretto da de Jacques Audiard.

Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa, che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose "missioni", che rafforzeranno il suo animo e che gli faranno meritare la fiducia del boss. Malik è una persona molto audace e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.

Premio alla Carriera

Vittorio Storaro

Clicca sulla foto e guarda il video della premiazione
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Per aver trasformato la fotografia del cinema in un’autentica scrittura della luce ed aver imposto, attraverso un percorso straordinario e di incrollabile coerenza, il carattere autoriale del proprio contributo all’arte del cinema 

Vittorio Storaro e Francis Ford Coppola sul set di "Apocalypse Now"
Vittorio Storaro e Francis Ford Coppola sul set di "Apocalypse Now"

Nato a Roma nel 1940, Vittorio Storaro, virtuoso della luce, per il suo precoce ed estroverso genio può considerarsi il Mozart della moderna fotografia. Nelle sue immagini, il concetto di scrittura della luce si traduce anche sul piano delle definizioni, con la dicitura direttore della fotografia sostituito da cinematografo o autore della fotografia cinematografica. Da Bernardo Bertolucci, suo regista d’elezione, ha imparato ad impostare la luce sulla base di categorie filosofiche fondate sulla dicotomia degli elementi (luce-ombra, giorno-notte, maschile-femminile). Iniziò a mettere in relazione il croma e le emozioni, non più nel semplice rispetto delle regole standardizzate, ma in una chiave lirica e poetica della fotografia. Esempi di capolavori bertolucciani sono Il conformista (1970), Ultimo tango a Parigi (1972) e Novecento (1974), in cui la fotografia di Storaro affrontò splendidamente la mescolanza di luce naturale e artificiale, di interni ed esterni. Tale impostazione e l’uso drammatico della luce fu esportato anche ad Hollywood ottenendo immenso successo e notorietà. Nel giro di pochi anni, infatti, ottenne ben tre Premi Oscar con Apocalipse Now di Francis Ford Coppola nel 1979, in cui il Maestro applicò l’idea del conflitto fra luce naturale ed artificiale alla guerra del Vietnam, frutto di una faticosa lavorazione sul luogo; Reds di Warren Beatty nel 1981, con cui sfiorò il quarto successo con Dick Tracy nel 1990 e L’ultimo imperatore di Bertolucci nel 1987. I tre Oscar lo proiettarono in breve tempo tra le grandi star del cinema contemporaneo, ma il proprio talento nobilitò anche opere di genere come il giallo Agatha (1979) di Michael Apted o l’avventuroso Ladyhawke (1985) di Richard Donner, girato in Abruzzo e di cui è famosissima la sequenza della cattedrale. Dopo il successo hollywoodiano, Storaro intraprese una nuova fase, dividendosi fra cinema e progetti culturali di ampio respiro. Da qui la collaborazione con lo spagnolo Carlos Saura con Flamenco (1995), Taxi (1996), Tango (1998), Goya (1999).

Senza contare i premi minori, solo in Italia si è aggiudicato cinque Nastri d’Argento e un David di Donatello, mentre nel mondo ha vinto il Premio Goya, l’European Film Award e, il Gran Prix della Commission Superieure Technique al festival di Cannes. Negli ultimi anni si sono moltiplicati anche i premi alla carriera e fra questi ricordiamo quello di Taormina (2001), quello oltreoceano dell’American Society of Cinematographers (2001) ed il Nastro d’Argento ricevuto in patria dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici (2008).

Premio alla Memoria

Vilko Filac

Per aver saputo costruire, attraverso la sua luce, mondi poetici sognanti e dolci, fecondati da una spruzzata di realismo magico, ora in chiave fiabesca, ora in chiave più cupa.

Vilko Filac ed Emir Kusturica sul set di "Arizona Dream"
Vilko Filac ed Emir Kusturica sul set di "Arizona Dream"

Sloveno, nato a Ptuj nel 1950, Vilko Filac ha legato il proprio nome alle atmosfere di sognante realismo dei primi film diretti da Emir Kusturica, col quale collaborò intensamente per quasi un ventennio, dalla fine degli anni Settanta fino ad Underground (1995). Al fianco del giovane Kusturica firmò la fotografia, in una chiave di delicato realismo fantastico, del suo primo film Ti ricordi di Dolly Bell (1981) che vinse il Leone d’Oro a Venezia e della seconda opera Papà è in viaggio d’affari (1985), Palma d’Oro a Cannes, che applicava più raffinatamente la stessa ricetta luministica. Nell’intervallo fra questi due capolavori, Filac ebbe modo di collaborare con l’irriverente cineasta Karpo Godina in Rdeci boogie, ali kaj ti je deklica (1982), con France Stiglic in Veselo gostivanje (1983). Ad ogni modo, seguì l’evoluzione del realismo magico kusturicano in una chiave più tormentata in Il tempo dei gitani (1989) e nell’americano Arizona dream (1993), folle commedia che rileggeva un’America più sognata che reale. A tutt’altro gusto figurativo si richiama, invece, Underground (1995), seconda Palma d’Oro a Cannes per Kusturica che iniziò ad immergersi in una macabra penombra espressionista per dare voce ai conflitti nei Balcani. Terminata la collaborazione con Kusturica, Filac si confermò autore della fotografia di alto profilo, firmando negli anni Novanta Chinese Box (1997) di Wayne Wang, Mon Ange (2004) di Serge Frydman in cui alcuni spunti visuali rivelano il suo talento indiscutibile e Pummarò (1990), prima opera dell’italiano Michele Placido.

Ha vinto il premio per la miglior fotografia al Festival nazionale del cinema jugoslavo per le immagini del film Butnaskaja (1986) di Franci Slak. In due diverse edizioni ha concorso al Golden Frog del Festival Camerimage, una volta per l’inquietante fotografia post-espressionista di Underground e quindi per la sua collaborazione al primo lungometraggio di Johnny Depp, The Brave (1997).

 

In occasione del Premio a Vilko Filac, l’Esposimetro d’Oro alla Memoria, verrà personalmente ritirato dal grande Emir Kusturica. Il cineasta serbo ha manifestato grande soddisfazione per questo riconoscimento che consacra il talento e le capacità del suo Autore della fotografia dai primi anni fino ad Underground ed ha voluto fortemente essere presente per poter ricevere nelle proprie mani un premio che ricorderà per sempre Vilko Filac e la sua sognante fotografia.

XIV EDIZIONE

Fotografia Italiana

Daniele Ciprì per "Vincere" di Marco Bellocchio

Per il cupo splendore di un’immagine espressionista, che materializza perfettamente il delirio dell’onnipotenza e il sonno della ragione.

Vincere
Vincere

Agli inizi del secolo un giovane socialista rivoluzionario di nome Benito Mussolini incontra casualmente una donna passionale come lui, Ida Dalser. Lei lo seguirà nella sua azione politica e nei cambiamenti di rotta, giungendo fino a spogliarsi di tutto per fondare «Il Popolo d'Italia». Gli darà anche un figlio che verrà chiamato Benito Albino e sarà riconosciuto dal padre. Ida però dovrà scoprire che il suo matrimonio, avvenuto in chiesa, ha molto meno valore di quello che Mussolini ha contratto civilmente con Rachele Guidi da cui ha avuto la figlia Edda. L'ascesa dell'uomo politico è inarrestabile così come la sua decisione di escludere dalla propria vita sia Ida che il bambino. La donna cercherà di autoconvincersi ad un esito positivo della vicenda che, invece, significherà per lei e suo figlio la morte in ospedale psichiatrico circondati da una cortina di oblio.

Fotografia Straniera

Hoyte Van Hoytema per Lasciami Entrare di Tomas Alfredson

Per aver saputo allontanarsi dai canoni luministici dell’horror, senza rinunciare alla costruzione di un’immagine inquietante.

Lasciami Entrare
Lasciami Entrare

 

Svezia, 1982. A Blackeberg, un piccolo centro della periferia di Stoccolma, Oskar sogna di vendicarsi del mobbing che subisce ogni giorno da tre compagni di classe. Una notte la tranquillità del quartiere in cui vive viene interrotta dall'arrivo di un uomo e di una dodicenne pallida e ambigua che sembra non conoscere freddo e paura. Con l'arrivo dei nuovi inquilini una serie di efferati omicidi iniziano a macchiare il paesaggio innevato e ben presto Oskar scopre che Eli, con la quale nel frattempo ha stretto una tenera amicizia, altri non è che un vampiro imprigionato in eterno in un corpo da bambina. Il silenzio assordante e l'oscurità del gelido, immacolato inverno svedese con le sue pianure imbiancate offrono lo scenario ideale per il soft horror romantico di Tomas Alfredson.

Premio alla Carriera

Alfio Contini

Per la capacità di far convivere le ragioni della luce e quelle del grande divismo femminile in una stagione d'oro del cinema.

Scena da "Ripley's game" di Liliana Cavani
Scena da "Ripley's game" di Liliana Cavani

Ad Alfio Contini, cineasta italiano, è stata spesso affidata l’immagine di grandi attrici nel pieno splendore del loro glamour. Nei primissimi anni Settanta imprestò il suo talento pittorico ad autori di nobile lignaggio, quali Michelangelo Antonioni, Liliana Cavani, Vittorio De Sica. Fu l’operatore preferito da Adriano Celentano. Nel 1996 ha ottenuto il David di Donatello per la fotografia di Al di là delle nuvole di Antonioni e Wim Wenders. Il suo esordio da direttore della fotografia risale al 1960 e già nei primi anni Sessanta diventa uno dei punti di riferimento della commedia all’italiana, fotografando alcuni dei migliori film di Dino Risi (Il sorpasso, I mostri, La marcia su Roma). Tra la fine degli anni Sessanta e i primi del decennio successivo conosce il momento più entusiasmante della sua carriera: fotografa per Liliana Cavani il Galileo e viene chiamato da Antonioni nella trasferta americana di Zabriskie Point. Negli stessi anni è al fianco di Michael Cacoyannis per girare in Spagna Le Troiane, versione cinematografica della tragedia di Euripide che il regista greco aveva appena messo in scena nei teatri di Broadway. In questa coproduzione greco-americana Contini riesce nell’impresa di conciliare le esigenze di morbidezza fotografica di un cast quasi tutto al femminile con la penetrante luminosità dei cieli iberici. L’ottimo risultato rafforza la sua immagine di talentuoso ritrattista femminile, tanto che negli anni successivi diventa l’operatore di riferimento di Sophia Loren (La mortadella, La moglie del prete, Bianco, rosso e…). Alfio Contini raggiunge però l’apice della carriera con le sensuali penombre de Il portiere di notte di Liliana Cavani. Da questo momento si dedica soprattutto alla commedia brillante e leggera, al fianco di registi quali Castellano e Pipolo e Pasquale Festa Campanile. Successivamente ritrova i suoi quarti di nobiltà tornando al fianco di Antonioni e più di recente accanto alla Cavani  per Ripley’s Game (2002). All’attività cinematografica Alfio Contini ha costantemente alternato quella di pittore dilettante, passione che coltiva nel dorato rifugio di Talamone in provincia di Grosseto.

Premio alla Memoria

Henri Alekan

Scena da "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders
Scena da "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders

Ad un maestro che con il suo felice estro creativo ha saputo rinascere più volte a nuova vita, nell'arco di una carriera incredibilmente lunga, fecondando ogni volta una nuova generazione di grandi registi.

 

Henri Alekan, nato a Parigi, fu il più felice rappresentante di quella scuola francese di fotografia che utilizzava un gran numero di piccole fonti di luce in teatro di posa, come appare nel capolavoro La bella e la bestia (1946) diretto da Jean Cocteau. Pur avendo preferito per lunghi anni le potenzialità del bianco e nero, nel quale ha ottenuto i risultati più eclatanti, come in Vacanze romane (1952) di William Wiler, film per il quale fu candidato all’Oscar, Alekan ha avuto una carriera talmente lunga da rivalutare il colore, raggiungendo in età avanzata risultati straordinari, che si possono apprezzare per esempio in La truite (1982)  di Joseph Losey, Premio César per la fotografia.

La sua prima firma da direttore della fotografia risale al 1937 (Capitaine Mollenard). Nel 1939, sebbene attivista pacifista, si arruola nelle fila dell’esercito francese per contrastare l’avanzata dei Nazisti. Scoppiata la guerra combatte contro le armate di Hitler. Fatto prigioniero, evade e raggiunge la Francia non occupata. Qui riprende la carriera di direttore della fotografia. Al termine del conflitto mondiale si guadagna la fama di raffinato direttore della fotografia in virtù del lavoro fatto per due storici film: La bella e la bestia e Operazione Apfekern (1946) diretto da René Clement. Nel 1951 si trasferisce in Toscana per fotografare a Tirrenia Imbarco a Mezzanotte di Joseph Losey, per il quale girerà film importanti, quali Caccia sadica e La truite. Realizza le immagini più belle della sua carriera nel cinema francese degli anni Cinquanta (Labbra proibite, Gli eroi sono stanchi). Raggiunge l’apice della notorietà negli anni Sessanta, quando si afferma come interprete dell’immaginario visivo di grandi coproduzioni internazionali e di film americani girati in Europa (Il coltello nella piaga), ma perde pian piano l’identità del proprio stile sotto la pressione delle esigenze dei grandi impianti produttivi. Per tutti gli anni Settanta rimane lontano dal cinema, deluso dalle proposte ricevute, riducendosi a lavorare per la televisione. Negli anni Ottanta però vive una nuova giovinezza ritrovando i fasti del bianco e nero in Lo stato delle cose (1982) di Wim Wenders, che nel 1987 gli affiderà anche il colore dell’ambizioso Il cielo sopra Berlino. Dopo questa riscoperta della fotografia di Alekan si rivolgono a lui cineasti di tutte le generazioni, alcuni dei quali lo vogliono anche nel cast dei loro film.

Alekan ha narrato la propria visione del lavoro fotografico in una

autobiografia riccamente illustrata dalle sue stesse immagini “Des lumière set des ombres” che ne rappresenta il testamento poetico.